La Mennulara – di Simonetta Agnello Hornby

La Mennulara

Non è affatto casuale che la mia prima recensione sia proprio questa, in quanto La Mennulara è stato un libro scelto con consapevole incoscienza e legato ad un episodio per me altamente emozionale.

Lo scorso anno mi si è finalmente presentata l’occasione di incontrare l’autrice, grazie alla presentazione (proprio nella Feltrinelli della mia città, Messina) del suo ultimo libro: Nessuno può volare.

Il mio incontro con l’autrice

Verso Simonetta Agnello Hornby nutro una profonda stima, per il suo vivere intensamente, per la cortesia nei suoi gesti, per il garbo nella sua voce e per il suo modo di raccontare la vita, mescolando sapientemente il passato ed il presente di una Sicilia intrisa di tradizioni morali e culinarie che ha sperimentato in prima persona. Tutto ciò si percepisce tanto nel suo privato quanto nell’ambito lavorativo, che si svolge principalmente a Londra, ma che la porta anche molto in giro, non tralasciando di tornare spesso nella casa in Sicilia.

Simonetta Agnello Hornby è una scrittrice, una professoressa, un avvocato dei minori (che ha creato uno studio legale unico al mondo), nonché una madre ed una nonna presente ed amorevole. E’ una donna veramente eccezionale e credo sia per via di un solido background familiare, che ha saputo replicare e tramandare.

L’ho seguita anche nei suoi programmi televisivi su RealTime: Il pranzo di Mosé, in cui era accompagnata ai fornelli dalla sorella ed il documentario e reality show Io & George, il cui intento è di sensibilizzare lo spettatore ai problemi dei disabili, attraverso l’esperienza proprio di suo figlio George tra l’Inghilterra e l’Italia.

Per tutti questi presupposti, conoscerla ed ascoltarla da vicino era per me un’opportunità irrinunciabile. Ma qualcosa mi spinse a presentarmi da lei non per farle autografare il libro che presentava, bensì il suo primo romanzo, che avevo acquistato proprio per l’occasione. Quando fu il mio turno per la firma del libro sollevò il viso rivolgendomi uno sguardo obliquo dopo aver visto tra le mie mani La Mennulara, mi chiese di ripetere il mio nome una seconda volta e poi appose la seguente dedica:

Ad Alessandra, buone letture! Simonetta

Sorridendole la ringraziai e le chiesi una foto insieme, a cui acconsentì senza parteciparvi realmente, ma eravamo entrambe di fretta: lei con una fila immensa di lettori fedeli a cui firmare il libro, io intenta ad evitare il commento sarcastico di una persona in fila per la firma, proprio dietro di me.

L’episodio emozionale

Questa persona in fila insieme a me la conosco da tutta la vita e per ragioni di anonimato la chiameremo Nix, di cui solo noi due conosciamo il significato. Nix adesso non c’è più. Non è molto tempo che la sua vita si è spenta, ma tante circostanze e tra tutte il suo carattere la rendono sempre brutalmente presente.

Se amo lettura e cinema è anche grazie a Nix ed è principalmente per questa ragione che La Mennulara è la mia prima recensione, non soltanto perché è il nostro ultimo libro, ma perché è anche l’ultimo evento culturale a cui abbiamo partecipato insieme, nonostante tutto.

E’ quindi un momento che per me crea un inizio con Simonetta Agnello Hornby ed una fine con Nix, ma comunque una sorta di mio riscatto morale: finalmente ho avuto la forza di leggerlo questo libro, che dalla mia libreria stracolma mi guardava da tempo con rimprovero, portando a termine una pagina della mia vita che racchiude in sé moltissimo di ciò che mi caratterizza.

Una trama variegata per La Mennulara

Ironia della sorte La Mennulara inizia proprio con la morte della protagonista, Maria Rosalia Inzerillo, criata ovvero domestica di fiducia della prestigiosa famiglia Alfallipe, che ha servito dall’età di 13 anni con devozione assoluta, tanto da essere diventata in breve tempo l’amministratrice unica del loro intero patrimonio.

La particolarità di questa morte consiste nella scrupolosa organizzazione che la donna continua a mantenere anche dopo la sua dipartita, a cominciare dal suo funerale e tutti i dettagli annessi: il prete che celebrerà il rito, l’annuncio funebre da affiggere per le vie del paese, il necrologio da pubblicare sul Giornale di Sicilia parola per parola, la sepoltura di fronte alla tomba di famiglia e persino la frase da apporre sulla sua lapide. Insomma, un testamento davvero singolare e pittoresco!

Questo testamento vero non è, perché vi ho dato tutto quello che vi toccava, e non ho niente di vostro da darvi, ma vi domando di fare come vi dico per l’ultima volta e vi porterò roba. Voglio un funerale a Roccacolomba senza processione di orfanelle o di monache e tutti gli Alfallipe ci dovete essere, perché me lo merito. (…)

Questa è solo una parte delle disposizioni che la Mennulara lascia per iscritto, confezionando pretese che a tutta la famiglia Alfallipe è richiesto di esaudire.

I testamenti presuppongono la presenza di una qualche proprietà che deve essere assegnata agli eredi ed è proprio la roba posseduta della devota cameriera il motore che accende ogni conversazione ed ogni avvenimento. Ma una mennulara, una cameriera, cosa potrà mai possedere? Per tutto il paese questa donna è una fonte inesauribile di misteri.

La protagonista di questo romanzo la vediamo solamente raccontata, attraverso le parole di chi l’ha conosciuta, i loro giudizi ed i loro ricordi, a partire dal fatto che è da tutti chiamata la Mennulara perché, prima di servire in qualità di cameriera presso casa Alfallipe, partecipava alla raccolta delle mandorle.

Nel suo lavoro Mennù si era distinta sin da bambina per l’instancabilità e la parsimonia, ma anche per le sue doti canore. I braccianti usavano infatti intonare canti per spronarsi durante le lunghe giornate lavorative in campagna, in un botta e risposta tra le voci maschili e quelle femminili.

La Mennulara tra maledizioni e lodi

La Mennulara è un romanzo corale che fa sviluppare la sua trama attraverso il cuttigghio dei personaggi: il medico, il prete, l’avvocato, l’impiegato della posta, la portinaia, la sarta, l’autista e gli altri vari componenti della servitù. Ogni tassello viene posto da ciascun protagonista del proprio sottocapitolo, al fine di ricostruire questo aggrovigliato puzzle. Tutti questi dialoghi tra i personaggi (che per lo più sono appunto pettegolezzi e congetture proferiti da curiosi paesani) si dipanano in un arco temporale di 9 significative giornate, che scandiscono i capitoli del libro ed ogni tappa della narrazione.

Questi abitanti di Roccacolomba, alta e bassa, sono davvero tantissimi, inoltre ognuno interagisce con i propri familiari e sebbene inizialmente risulti intricato inquadrarli tutti e seguire il filo della narrazione, quando si inizia a prendere familiarità con l’ambiente e chi lo popola, ci si ritrova nel vivo della storia, catapultati nel 1963, anno in cui è ambientata.

Il lettore diventa pian piano onnisciente tanto delle opinioni di ciascun personaggio del paese quanto della vita della protagonista, che proprio dopo la sua morte assume connotati dai colori vivaci. La Mennulara sembrava infatti aver condotto un’esistenza grigia, schiva e riservata com’era aveva tenuto a distanza tutto il paese, alimentando il cicaleccio ed attirando maledizioni; tuttavia con alcuni si era dimostrata generosissima e da questi era ricordata con grande affetto.

L’arguzia e la sicurezza della Mennulara le fanno dominare la scena anche da morta, contrapponendosi nettamente alla mediocrità e l’inettitudine dei rampolli Alfallipe, nonché alla meschinità e la violenza di alcuni soggetti. Inoltre la mafia non poteva mancare in un romanzo incentrato sulla vita di un paese diviso tendenziosamente tra poveri ed aristocratici, in cui comunque e fortunatamente emergono anche dei personaggi positivi per l’intera comunità, che incarnano valori universali di umanità e rispetto.

Cosa mi ha lasciato questa lettura

Le mie aspettative non sono state disattese, o almeno non del tutto. Nell’insieme ho gradito lo stile, l’ambientazione ed i sottocapitoli dai titoli curiosi, forse in parte perché nella provincia siciliana e nella campagna ci sono cresciuta anch’io, così come l’autrice, tuttavia qualcosa nel finale mi ha lasciato l’amaro in bocca.

E’ possibile che sia a causa di quella fatidica risposta che ti fa rileggere tutto il libro da capo alla ricerca della domanda, oppure perché può sembrare che si sia finito per svelare tutto troppo in fretta, quasi come se il lettore ad un tratto venisse travolto da una valanga di informazioni, dopo tanto attendere attraverso fin troppi cambi di luoghi e di tempi.

Nemmeno nella serie tv Cold Case si arrivano a scoprire così tante informazioni dettagliate sulla vittima e risolvere tutti gli interrogativi, in quanto molte volte i fatti vengono raccontati in modo parziale e/o soggettivo. Che qualcosa rimanga avvolto nel mistero a volte può persino risultare la carta vincente di una trama.

Qualche verità l’ho percepita telefonatissima dalla prima parte degli eventi, mentre avrei preferito distinguerla come accade con delle briciole, lasciate per far seguire un certo cammino. Mi aspettavo qualcosa di più ma anche qualcosa di meno: qualcosa magari di meno banale riguardo la svolta e qualcosa di più intrigante riguardo i guadagni.

Le mie memorie sensoriali

Per quanto riguarda l’aspetto lievitato di questa lettura non posso che accostarla ad un ricordo della mia infanzia, visto che da quando ho scoperto di essere celiaca non ho più avuto l’occasione di mangiarla. E’ un dolce artigianale della tradizione siciliana (per la precisione è un croccante) tipico proprio delle mie zone e quindi preparato con le nocciole dei monti Nebrodi. Non servono altri indizi, è la pasta reale di Tortorici.

La pasta reale di Tortorici (croccante alle nocciole)

La pasta reale di Tortorici (croccante alle nocciole)

Il suo aspetto è molto particolare, diverso da qualunque dolce che io conosca: è più grande di una mano, ha forma tondeggiante ma irregolare, è sottile e davvero croccantissimo, ma dopo il morso che può rivelarsi arduo si scioglie letteralmente in bocca; il suo colore è quello tipico della frutta secca tostata e presenta sempre una grande bolla liscia, che trattiene lo zucchero a velo meglio del resto della sua superficie porosa. Insomma, se non ne avete ancora avuto il piacere, vi consiglio vivamente di assaggiarla!

I ricordi che questa storia mi ha evocato non si soffermano solamente sulle mie papille gustative, infatti a livello personale questa lettura ha smosso dei nodi significativi in riferimento al paese in cui ho trascorso un’infanzia felice, fino al primo evento che ha rotto la quiete, al primo funerale importante e soprattutto l’ultimo.

Solo nei paesi alcune cose, come gli annunci funebri (affissi in posti strategici, come il muro di passaggio vicino all’unico semaforo, piuttosto che accanto alla fontana da cui gran parte della popolazione paesana trae scorta di acqua) sono percepite con più importanza anche del necrologio sul giornale, perché è più immediato ricevere la notizia dalle carte affisse sotto il naso di tutti, soffermandosi insieme a parlare, ricordando il defunto.

Nell’era di internet c’è persino chi condivide su Facebook le foto di questi annunci, per chi nel paese non ci vive più e così riesce comunque a stringersi nel cordoglio e ricevere tempestivamente la triste notizia, quasi come passeggiando per i vicoli e sentendo qualcuno chiedere “hai sentito chi è morto ieri?”.

In definitiva sono soddisfatta di averlo letto, ma non lo consiglierei a tutti. Il lettore ideale di questo romanzo deve volersi immergere nella Sicilia del secolo scorso, come nei romanzi storici di Andrea Camilleri (che proprio di questo romanzo tenne una presentazione eloquente), deve conoscere oppure deve desiderare di apprendere dinamiche culturali ed espressioni dialettali, deve altresì voler leggere la storia di una donna d’altri tempi, una fimmina di panza.

Emblematico in questo senso è il confronto tra la Mennulara ed il boss mafioso della zona, così come con tutte le varie figure maschili coinvolte nelle vicende narrate, soprattutto rapportandoci al contesto storico. Infine il significato pregnante di certe parole e premesse, di certi atteggiamenti e sottintesi, non è necessariamente intuitivo.

E voi cosa ne pensate? Credete che La Mennulara abbia avuto il suo riscatto, almeno post mortem?

Buone letture lievitate!

A.

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