Gli Aquiloni – di Romain Gary

copertina, Giovane donna in verde di Tamara de LempickaTre motivi mi hanno spinto a comprare d’impulso questa seconda lettura lievitata:

  • La bellissima riproduzione in copertina di Giovane donna in verde di Tamara de Lempicka, tutta svolazzi, riccioli e chiaroscuri;
  • La fascetta applicata sopra, con il commento felice di Eshkol Nevo, “Il romanzo più bello di Gary”, che ha scardinato per una volta la mia idea di fascetta infida/traditrice/acchiappa ingenui, dal momento che di Nevo mi fido e mi ci affido indiscutibilmente e ciecamente;
  • L’immediato richiamo alla famosa frase di Calvino sulla leggerezza che grazie ai social network troviamo citata in ogni dove e che subito mi è venuta in mente associandola agli aquiloni del titolo:

…la leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto…

Ho quindi letto Gli Aquiloni, scritto da Romain Gary nel 1980 per le francesi Éditions Gallimard e pubblicato per noi da Neri Pozza qualche mese fa con la traduzione di Giovanni Bogliolo in un classico formato compatto e maneggevole, con un trasporto e una fascinazione tale, dalla prima all’ultima pagina, da rimanerne irrimediabilmente conquistata.

È un preziosissimo libro, dalla scrittura molto lieve e molto limpida, uno di quei classici libri cui la dicitura tutti dovrebbero leggerlo si adatta perfettamente senza fini retorici o di adulazione, non tanto per la trama quanto per il chiaro messaggio che l’autore gli affida.

Un testamento spirituale

Romain Gary, eroe di guerra, è notissimo per i suoi tanti alter ego da scrittore (il cognome Gary è esso stesso uno pseudonimo), per i tanti premi vinti, per i romanzi con le tematiche ricorrenti della storia, della famiglia, del coraggio, e credo che questo romanzo lievitato e leggero sia una sorta di suo testamento spirituale.

Un indizio di questa sua quasi volontà testamentaria parrebbe proprio trovarsi innanzi tutto nell’epigrafe, che come d’abitudine vado a controllare sia a inizio sia a fine lettura: Alla memoria, così, semplicemente, un’epigrafe molto asciutta che contiene tuttavia una delle parole chiave ricorrenti di tutto il romanzo; la memoria viene ora descritta tra le pagine come memoria storica, ora come memoria lunga, ora come memoria in eccesso.

Il potere della memoria

Già, il potere della memoria è il fulcro dell’intera trama, che può essere riassunta in poche battute. Ludo Fleury, un ragazzino francese della Normandia degli anni Trenta, incontra e si innamora perdutamente di Lila, Elisabeth de Bronicka, rampolla di una aristocratica e prestigiosa famiglia polacca di Danzica.

La storia d’amore tenerissima tra il giovane Ludo e la capricciosa Lila scorrerebbe liscia se nel frattempo non ci fossero gli eventi dell’invasione tedesca del corridoio polacco nel 1939, la guerra, l’occupazione nazista della Francia, la Resistenza, la liberazione e tutti gli accadimenti e i cedimenti che il nostro popolo ha conosciuto.

La famiglia di Lila scompare, ma Ludo riesce a mantenere in vita il suo amore aggrappandosi alla forza tenace della memoria e alla sua capacità di ricostruire la presenza dell’amata in ogni momento riportandola a lui.

E gli aquiloni, che c’entrano?

C’entrano, c’entrano eccome, perché sono loro i veri protagonisti. Gli aquiloni sono le creazioni di Ambroise Fleury, lo strambo zio tutore di Ludo, il personaggio più caro e che è difficile non considerare un affettuoso parente anche per noi lettori. Ufficialmente Ambroise, reduce delle trincee del ‘14/’18 e decorato militarmente, è il postino rurale di Clery, ufficiosamente è per tutti il postino spostato che costruisce aquiloni nel suo laboratorio di campagna e la cui fama si spinge ben al di là dei confini francesi. Il miglior modo per canalizzare tutta questa memoria forse un po’ controproducente e dimostrare che di memoria si può vivere è realizzare cerfs volants, gli aquiloni. E che aquiloni!

Diversi da tutto ciò che si è visto e conosciuto, ognuno con un nome proprio, come Pazzerello, Croquemuche, Cortese o Ciccione e addomesticati per imparare a volare e a non perdersi inseguendo l’azzurro, gli aquiloni per Ambroise non sono semplici pezzi di carta, ma esseri vivi, i suoi gnamas. Anche per Ludo valgono gli stessi sentimenti.

Leggendo di Ambroise e Ludo ho allora capito che gli aquiloni possono diventare un simbolo di ribellione, anzi, un insospettabile strumento di ribellione e protesta: attraverso queste creature leggiadre e coloratissime i messaggi corrono veloci verso l’alto e proprio gli aquiloni diventano mezzi di sopravvivenza, in guerra come in pace

per non perdere la ragione o la propria ragione di vita.

Personaggi ribelli

La ribellione è la seconda parola chiave nascosta in questo libro, estrapolata anche dopo aver riflettuto a mente fredda sui personaggi. Tutti i personaggi, dopo una rapida trattazione fisica (alcuni baffetti, qualche pancetta, diversi occhi grigi), sono in effetti descritti per essere a modo loro dei ribelli.

È un ribelle il nostro Ambroise, che inscena proteste volanti con gli aquiloni come una sorta di missione: splendida la pagina con sette aquiloni gialli a forma di stella ebraica che volteggiano seri e fieri sopra i cieli della fattoria dei Fleury dopo i fatti del Velodromo d’Inverno a Parigi.

È un ribelle il nostro Ludo e non poteva essere altrimenti dopo essere stato allevato da un sognatore che ha passato la vita a guardare in alto e che gli ha trasmesso il gusto per l’invenzione, la comicità e il potere dell’immaginazione.

È una ribelle la nostra Lila, bionda, rosa e celeste, capricciosa e severa con il suo innamorato e con lei tutta la sua stravagante famiglia.

Un ribelle poco riconoscibile è il formidabile cuoco Marcellin Duprat, che porta avanti una resistenza privata, più piccola e tanto assurda da non essere capita, per permettere che la Francia rimanga fedele a se stessa.

Non posso fare a meno di citare qualche piatto riportato sul menu del Clos Joli, anche per il collegamento che mi piace trovare tra lettura lievitata e corrispondenze culinarie: capesante in sfoglia al cerfoglio, zuppa di astice alla brunoise di verdure, crema di fegatelli di pollo ai mirtilli, turbante di astice e la regina trippa alla normanna sono alcuni dei manicaretti che come un pasticcino di alta cucina, coperto di glassa e dolcissimo, fanno sì che Gli aquiloni sia un libro tanto francese e tanto pieno di sapori.

Il tema dell’altro

La terza parola chiave che il libro mi ha segnalato, anche con una certa urgenza, è il tema dell’altro. Sono classiche le domande che ci accompagnano quasi da sempre su chi siamo noi e chi sono gli altri, chi sono coloro che conosciamo da sempre e che poi a un certo punto non riconosciamo più, cosa fa diventare mostruosi anche gli uomini più miti.

Non stiamo a discutere se sono stati loro, io, i nostri o gli altri. Si tratta sempre di noi.

Chi sono i cattivi e chi i buoni? I cattivi qui nel racconto sono senza dubbio i nazisti, rappresentati da una chiara riflessione di Ludo.

Da tempo mi era venuta ad annidare nella mente un’idea di cui in seguito ho fatto molta fatica a liberarmi, e forse non mi sono mai liberato del tutto. I nazisti erano umani. E ciò che di umano c’era in loro era la loro disumanità.

Altri e loro possono essere l’ebreo anziano che i due innamorati incontrano in strada accanto a una pietra miliare con il suo fagotto, simbolo di una Mitteleuropa che non esiste più, i resistenti della nuova ora o i generali tedeschi.

Ho imparato alcune cose leggendo questo libro

  • Il sogno e la ribellione sono sempre andati a braccetto e sono i sognatori ad avere l’ultima parola;
  • Come Ludo fa, non basta amare, ma bisogna imparare ad amare, come con gli aquiloni, che ci possono scappare di mano in un attimo di distrazione se non riusciamo a riacciuffarli;
  • Non bisogna dimenticare la propria ragione di vita e sperare, sperare, sperare… In fondo, tutti noi abbiamo il nostro aquilone!

Di lievito in lievito

Visto che la naturale vocazione del lievito madre è quella di uscire dalla abitazione di nascita per essere condiviso e condividere, ecco alcune letture lievitate collegate a Gli aquiloni:

  • Libertà di Paul Éluard è una poesia del 1942 scritta nel periodo della Resistenza francese e lanciata su Parigi in forma di volantini per incoraggiare e diffondere un messaggio di speranza e forza. Una libertà scritta e percepita ovunque, anche sulle ali degli uccelli, che ha molto in comune con lo spirito dei nostri aquiloni.
  • Ognuno muore solo di Hans Fallada, pubblicato nell’immediato dopoguerra, racconta della piccola e grande ribellione di due genitori “orfani” del figlio che disseminano per Berlino biglietti e cartoline in opposizione a Hitler come appello alla rivolta.
  • La vita davanti a sé di Romain Gary è invece il suo romanzo più conosciuto. Molto più drammatico e malinconico, fa provare tanta tenerezza verso Momo, il piccolo protagonista e mette in luce la sensibilità tormentata del suo autore.

Buone letture lievitate!

R.

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