American Dust – di Richard Brautigan

American Dust

La lettura lievitata che oggi voglio raccontarvi è stata una scoperta, un fulmine a ciel sereno: confesso che se non mi fosse stata segnalata e suggerita con grande generosità, l’avrei di certo ignorata e degnata di pochissima importanza, per un mio pregiudizio, stupido come ogni pregiudizio, verso i cosiddetti “romanzi brevi” o “racconti lunghi”.

Cosa mi sarei persa! Sarei stata privata di tanta dolcezza, malinconia e polverosa bellezza! Una bellezza che non si coglie subito, ma che si assapora piano, pagina dopo pagina, dato che come primo impatto sembra di avere a che fare con troppa disperazione, rassegnazione e disincanto, più che bellezza, appunto.

Ho letto American Dust, titolo scelto per la nuova edizione italiana targata Minimum Fax, dopo una precedente del 2012 di ISBN, dall’originale So the Wind Won’t Blow It All Away, scritto da Richard Brautigan nel 1982 e tradotto da Luca Briasco, che nel frattempo è diventato la mia guida nella letteratura americana, e ho avuto una improvvisa voglia di hamburger, un vero hamburger americano completo di tutto.

Voglia di un sano hamburger salvavita

Non potrebbe essere altrimenti: non solo questo libro assomiglia a un vero hamburger, il cibo più americano che c’è, il piatto a stelle e strisce per eccellenza mangiato in ogni occasione e da tutti democraticamente, ma è anche un hamburger la metafora spiazzante e azzeccatissima che ricorre in tutto il romanzo, già in quarta di copertina, in bandella e ancora nel saggio finale curato dal traduttore.

Un hamburger, dicevo, necessariamente completo di tutto: carne succulenta arrostita sulla piastra, croccante foglia di verdura, fresco strato di pomodoro, fetta di formaggio giallo giallo e salsa a più non posso, panino rotondo, americano e adatto; ogni strato deve essere riconosciuto e addentato insieme al resto tutto in una volta. E non dimentichiamo la cipolla, come ammonisce a un certo punto anche Superman da un immaginario fumetto, interpellato di fronte a un bivio:

Se sei più veloce di un proiettile, più potente di una locomotiva e riesci a scavalcare i palazzi più alti con un salto solo, le cipolle non sono certo un problema.

Deve essere un ottimo hamburger, ricco e profumato, per una volta sano e capace, in modo un po’ improbabile da principio, di salvare più di una vita. Un ideale e non mangiato panino di fast food, pensato per tutto il resto di una esistenza sballottata e piena di ricordi, infatti, costituisce l’ossatura del libro.

Se quel giorno di febbraio mi fossi comprato un hamburger invece di una scatola di proiettili, tutto sarebbe andato diversamente, perciò devo scoprire tutto quello che posso sugli hamburger.

La trama di American Dust

La trama di questa nostra storia è tanto breve quanto semplice. Prendo a prestito le parole che Alessandro Baricco ha usato per tratteggiarla, in occasione della prima edizione di American Dust; Baricco che, quando si tratta di raccontare qualsiasi cosa, un libro, un avvenimento, un film, un museo o anche una cartella di colori per vernici, è sempre insuperabile:

C’è un ragazzino e c’è un lago. Il ragazzino ha dodici anni, il lago è di quelli piccolini, dove si va giusto a pescare un po’, ogni tanto. Oregon, 1948. Ci sono due strani tipigrassissimi, una coppia, lui e lei – che ogni giorno arrivano al lago con un furgoncino scassato, scaricano giù tutto l’arredo di casa loro (sofà, sedie, due tavolini, lampade, fotografie incorniciate da poggiare sui tavolini, una stufa) poi si siedono sul sofà e si mettono a pescare. Il ragazzino li vede dall’altra sponda del lago. Un giorno decide di fare il giro e di andare a vederli da vicino. Magari a capire chi diavolo sono. Lo fa. Fine del libro.

Meraviglia delle meraviglie, no? Eppure in questa rapida sintesi c’è tutto di American Dust, in particolar modo il taglio quasi cinematografico che lo scrittore sembra aver deciso di dare alla struttura narrativa: è come se tutta quanta la storia fosse un piccolo film, uno di quelli indipendenti, girato con pochi mezzi e tanta maestria, sincero sincero, con un lunghissimo piano sequenza, dallo stacco di partenza sulla camminata del protagonista, un ragazzino curiosissimo e molto solo della provincia occidentale americana, in un pomeriggio d’estate sulle sponde di un anonimo lago, fino al termine del giro.

All’interno dell’inquadratura dilatatissima quello stesso ragazzino, diventato adulto e tormentato da un pesante macigno sul petto, inserisce, in fase di produzione e montaggio, delle interruzioni a intervalli regolari e fa avanti e indietro tra i ricordi. Immaginiamo di avere una vecchia videocassetta inserita in un altrettanto obsoleto, oggi, videoregistratore e di pigiare, con cognizione di causa, i tasti di avanti e indietro, pausa e avanti veloce di un telecomando: le immagini e le scene saranno tante, miscelate e sovrapposte, a inseguirsi le une dietro alle altre, ma comunque raccolte nella cornice-contenitore comune.

Stratificazione di diverse strategie narrative

Ecco, le scene descritte in queste pagine di polvere sono proprio così, ognuna riferita a un ricordo nitidissimo che parrebbe non collegarsi al ricordo precedente e successivo. L’apparente poca coerenza delle descrizioni delle avventure ricordate è dovuta al fatto che in American Dust i piani temporali si intersecano continuamente, anche nello stesso paragrafo che leggiamo; è sola apparenza, attenzione. Dietro c’è una studiatissima scelta di invenzione narrativa.

L’io narrante in American Dust, nel suo presente dell’agosto del 1979, senza ormai più nulla da perdere, con l’orecchio premuto sul passato, come se fosse il muro di una casa che non esiste più, mescola storie, commenti e riflessioni in un cocktail unico: ora rievoca la sua infanzia e in particolare la memorabile, suo malgrado, estate del 1947, ora arriva a parlare dell’incidente nel meleto del febbraio del 1948, ora usa il modo condizionale per ipotizzare cosa sarebbe accaduto se avesse veramente mangiato quel famoso e simbolico hamburger.

Il solo incipit di American Dust, che riassume tutti questi tempi verbali tra passato, presente, condizionale e anche una spruzzatina di futuro, con una sorta di carrellata all’indietro e in avanti, è da brividi. Un assaggio:

Quel pomeriggio non sapevo che il terreno sotto i miei piedi aspettava solo di trasformarsi in un’altra tomba, e nel giro di pochi giorni. Peccato non poter afferrare al volo quella pallottola e infilarla su per la canna del fucile calibro .22.

Un’altra trovata geniale nell’ottica della visione cinematografica è che tra le pagine di American Dust ogni frammento di ricordo aggiunge un particolare alla scena finale che ci aspetta alla conclusione della camminata. Ecco, perciò, che ogni fotogramma apporta un contributo significativo, in un crescendo generale: conosciamo tanti personaggi simpatici, tra cui il “vecchio eremita dei pomodori”, come lo chiamo io, e il vecchio delle birre, che vecchio non è, e viviamo insieme quel pomeriggio estivo.

Dimensione atemporale e dialogo con il lettore

Il tutto viene reso ancora molto più coinvolgente perché spesso la voce narrante dello scrittore adulto/bambino si rivolge direttamente a noi con veri e propri espedienti metanarrativi, e ci sentiamo interpellati per scusarsi di non ricordare proprio tutto e bene, o chiamati in causa per esprimere un nostro parere o concordare su una critica spietata.

Il filo conduttore di ogni piccola immagine ricordata, tra fucili, stazioni di benzina e bambine dalle mani troppe fredde è, infine, un ritornello dal sapore quasi di elegia o di epitaffio che l’autore rivolge e canta direttamente a noi in cerca di consolazione, quasi una richiesta d’aiuto sussurrata o scandita fortemente secondo il ricordo che sta andando a raccontarci.

Prima che il vento si porti via

Questa polvere… polvere americana.

Prima che il vento spazzi via parole e fatti, c’è una fretta e una asciutta urgenza di raccontarci tutto subito e conservare ben al sicuro quello che di bello è avvenuto. Ascoltiamo questa confessione e salviamo le memorie dal vento.

Al bando le regole del mangiar sano, per una volta! Chi mi accompagna a prendere un hamburger americanissimo per cercare di consolare il protagonista di questa storia?

Ho capito alcune cose leggendo questo libro:

  • Ho conosciuto un autore, Richard Brautigan, che è stato a tempi alterni molto amato e molto dimenticato, dagli anni Sessanta dei figli dei fiori in poi, e penso che questo suo romanzo dal forte sentore autobiografico e sofferto sia contemporaneamente e l’ultima sua opera pubblicata in vita e un’opera postuma, nel senso di riscoperta letteraria e di giustizia;
  • Ho provato a dare all’immagine della polvere del titolo e del ritornello un significato non solo negativo, ma anche positivo e ci sono riuscita! Sì, la polvere ricopre tutto con la sua patina di pulviscolo, è sinonimo di abbandono, trascuratezza e incuria, ma non esiste anche la polvere d’oro o la polvere di stelle nella magia? La polvere ricopre e custodisce, a volte, anche la bellezza inaspettata!
  • Ho provato sensazioni dolci e amare, eppure a fine lettura non ero triste, o meglio, non soltanto triste. Ho trovato nella storia del piccolo protagonista così tanta ingenuità, purezza, candore e tenerezza da fiaba che se fosse stato davanti a me, niente e nessuno mi avrebbe trattenuta da un bell’abbraccio da sorella!

Di lievito in lievito

Visto che la naturale vocazione del lievito madre è quella di uscire dalla abitazione di nascita per essere condiviso e condividere, ecco alcune letture lievitate-figlie collegate ad American Dust:

  • Il giovane Holden di J. D. Salinger è il termine di paragone più lampante con questa sorta di storia di formazione al contrario, come mi è capitato di ascoltare da qualcuno. Sono andata a rileggere questo libro sempre bello e ho trovato diversi punti di incontro/scontro tra il nostro protagonista impolverato e il giovane-vecchio Holden Caulfield di New York.
  • Baci da 100 dollari di Kurt Vonnegut è una raccolta di racconti dell’amatissimo autore di Indianapolis che mi ricorda sempre di essere felice. Vonnegut e Brautigan si sono conosciuti a San Francisco e fu proprio Vonnegut a presentare lo strampalato e originalissimo Brautigan al suo primo editore.
  • Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, del mostro sacro dei racconti Raymond Carver, è un monumento fatto libro. Sia cronologicamente che geograficamente i due scrittori del Nordovest americano condividono molti aspetti e molti temi: uno su tutti, il linguaggio essenziale, scarno e teneramente ruvido.

Buone letture lievitate!

R.

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